Il sacro ascolto, il silenzio e la saggezza degli antichi

Custodisci nel tuo focolare interiore una piccola fiamma e lascia che, nel silenzio, il suo calore si diffonda. Ovunque giungerà, una rosa prenderà a sbocciare.


Varcare le soglie di un tempio non è soltanto un gesto fisico. È un vero e proprio passaggio. Fuori dall'ingresso, restano le parole vuote, le risposte date di fretta e il bisogno di essere visti. Dentro di noi, invece, rimane solo ciò che è davvero essenziale, ciò che è radice.

Si attraversa l'arcata e si entra lentamente nel santuario del fuoco sacro,  un luogo dove le sacerdotesse e i sacerdoti vivono e servono. Uno spazio dove i fedeli si ritrovano ai piedi della stessa antica Dea, dalle molte forme e dai molti nomi. Le fiamme vive sono la sua presenza.

Nell'aria ci sono i profumi di resine d'incenso, erbe profumate, fiori e legni sacri. Le preghiere, i gesti, i silenzi rituali e le offerte devozionali pervadono il santuario. Le pietre conservano secoli di domande.

La prima cosa che si impara qui non è parlare, ma tacere. All'inizio, il silenzio è pesante...la mente continua a parlare anche quando la bocca tace. Ripete, commenta, giudica. Un sacerdote di nome Plutarco ammonisce chi ascolta senza essere presente.

Si passeggia in questo luogo sacro e ci si accorge di quanto sia difficile davvero ascoltare. Non basta stare zitti. Bisogna imparare a lasciare andare il bisogno di rispondere, il desiderio di avere ragione e perfino le idee che abbiamo costruito di noi stessi. Quando le parole cominciano a diradarsi come la nebbia, accade qualcosa di sottile. Si comincia a percepire non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che vibra al di sotto le parole.

Il tono, il respiro, le pause e le emozioni diventano più evidenti. È da qui che l'ascolto diventa reale. Non è più solo una funzione, ma una presenza. La voce di Socrate sembra riecheggiare in lontananza, un uomo che ha un rapporto profondo con il divino. Dice che la verità non si impone, emerge e si lascia partorire da sola.

Ma la verità può emergere solo dove c'è spazio... e lo spazio nasce soltanto dal silenzio, custodito. C'è un momento in cui il silenzio smette di essere vuoto e diventa un focolare. Non c'è più urgenza di parlare, non c'è più ansia di riempire. Plutarco suggerisce proprio questo...il silenzio non è una mancanza, ma una forma di pienezza.

Un atto di cura verso ciò che è ed un gesto di fiducia verso ciò che verrà. In questo spazio, le parole, quando giungono, cambiano natura. Mutano, cambiano pelle e senso. Diventano più lente, più vere, più sagge, più intenzionali.

L'arcata varcata per entrare nel tempio la si deve attraversare ancora per uscire. Si torna al mondo e alle conversazioni, al rumore quotidiano. Ma qualcosa rimane. Una soglia interiore che, una volta oltrepassata, non consente ritorno. Una memoria viva del silenzio.

Una nuova forma di attenzione. Non si tratta di tornare al mondo e di parlare meno, ma di parlare diversamente. Non si tratta di tornare nel mondo e di isolarsi, ma di incontrare davvero. Le parole di Plutarco non vanno soltanto comprese...si deve imparare, con il tempo, a praticarle. Si deve imparare a praticare il silenzio vivo.

Ogni ascolto può diventare un santuario. Ogni silenzio può diventare una soglia. E forse il cammino, dall'esterno del tempio al suo interno e viceversa, è tutto qui...imparare, lentamente, a fare spazio. A farsi vuoto fertile. Perché è nel vuoto che qualcosa, finalmente, può essere accolto ed ascoltato.

E forse, in quel momento, anche noi iniziamo, davvero, a esserci.


Fonti:
-'L'arte di ascoltare e di tacere' di Plutarco
-'Opere morali' di Plutarco
-'Teeteto' di Platone


𖦹
La fiamma è viva. 
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Che le rose fioriscano sul tuo cammino.

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